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La neve artificiale? Nulla di eco sostenibile

La neve artificiale è stata prodotta per la prima volta negli anni Quaranta da uno scienziato della General Electric, Vincent Schaefer, che grazie ad un aeroplano distribuì un ingente quantitativo di cristalli di ghiaccio secco super raffreddato, su un terreno, mimando in questo modo quello che è in naturale meccanismo di formazione della neve. Questo studioso tuttavia non fu l’unico a pensare che vi fosse la necessità di sopperire alla mancanza di nevicate sulle piste da scii, infatti negli stessi anni un’impresa simile è stata messa in atto nel Connecticut da parte di un gestore di una stazione sciistica, W. Schoenknecht. Che permise in questo modo di avere neve “sciabile” per due settimane.

Queste prime opere portano solo pochi anni dopo, nel 1952, all’invenzione del primo cannone per la neve artificiale. Questo strumento fu ideato da Wayne Pierce, Dave RIchey e Art Hunt, che lo provarono sulle montagne di Catskill a New York. Per gli amanti degli sport invernali e per coloro che amano la montagna innevata, questa trovata è una delle più ingegnose del secolo, ma molti la pensano così perché ritengono non vi sia alcun lato negativo di questa cosa, ignorando che i punti a sfavore sono invece diversi.

Lati oscuri della neve artificiale: impatto negativo

L’innevamento tecnico (o meglio programmato) ha un impatto elevato in termini economici, energetici e soprattutto, più grave, ambientali. Mettere in funzione un cannone “sparaneve” al fine di imbiancare le piste da scii, così da permettere agli impianti degli sport invernali di funzionare ha un costo ingente. Basta pensare infatti che per produrre 2 m cubi di cristalli di neve artificiali servono 1000 litri di acqua. Per innevare quindi una pista media, che saranno all’incirca 1600 metri di lunghezza, serviranno 20.000 metri cubi di acqua.

Lo spreco di risorse idriche è colossale e a questo si deve ovviamente aggiungere l’energia elettrica che è necessaria per l’alimentazione dei cannoni. A questa va aggiunto l’inquinamento atmosferico generato dai camion addetti al trasporto della neve artificiale da una parte all’altra e l’utilizzo di additivi inquinanti, che hanno ovviamente forti ricadute su flora e fauna alpina. La neve artificiale oltretutto non viene più richiesta solamente in casi di emergenza, ma dato il surriscaldamento globale e le sempre più rare e scarse precipitazioni nevose, è chiaro che essa diventa un elemento richiesto costantemente e che è fondamentale per il funzionamento degli impianti. In pratica non è più uno strumento SOS, ma parte integrante della gestione delle piste.

I numeri dell’impatto ambientale della neve artificiale

Di recente anche il WWF ha lanciato l’allarme a questo proposito, appellandosi alle comunità montane affinché si favorisca la promozione di uno sviluppo turistico sostenibile. Gli esponenti dell’associazione hanno infatti ricordato che il 70% delle piste da sci ormai sono tutte coperte di neve artificiale, con uno spreco idrico che è pari a 95 milioni di metri cubi di acqua. Il consumo energetico sfiorerebbe i 600 GWh di energia ogni anno, quindi 136.000 euro per ogni ettaro di pista da sci su un totale di 4700 km.

Oltre a questi dati si deve aggiungere l’impatto che questi impianti hanno sul paesaggio e sull’inquinamento acustico che viene prodotto dalle macchine sparaneve in funzione: 70 DdA a 50 m di distanza. Lo sbancamento delle zone che sono destinate ai bacini artificiali della raccolta dell’acqua che è necessaria alla produzione della neve finta, costa all’ambiente moltissimi ettari di foresta o di zone che di norma sono sfruttate per il semplice alpeggio. A questi si aggiungono quelli necessari per la creazione delle piste e degli impianti.

La costruzione degli impianti per la neve artificiale comporta inoltre l’utilizzo massivo di scavatrici e ruspe necessarie per la posa delle conduttura d’acqua e dei cavi elettrici, che vanno a modificare irrimediabilmente la composizione del terreno, della vegetazione, della biodiversità delle montagne. Trasformare l’acqua in neve al fine di accontentare gli sciatori incalliti è un’attività non ecologica. Oltretutto la stagione del turismo bianco si è anche fatta più lunga e quindi il danno ambientale è ancora più forte: i cannoni sono in funzione anche a primavera e questo non fa che ritardare il naturale ciclo vegetativo della flora delle Alpi e restituisce pendii sempre più aridi e brulli. Con la stagione vegetativa corta com’è quella di alta quota, si riducono di molto le possibilità rigenerative: l’innevamento chimico riduce la fase vitale e accentua i fenomeni erosivi del suolo.

I rischi in gioco sono quindi molti, troppi e considerando che la motivazione è legata al divertimento bisognerebbe davvero pensare se è giusto o meno.